L’omofobia è una malattia? lo psicologo risponde” – Rubrica “Freud chi?”

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un manifesto recita che l'omofobia è una malattia
un manifesto recita che l'omofobia è una malattia

di Andrea Epifani, psicologo.


Continuate a inviare anche in forma anonima le vostre domande allo psicologo Epifani mandandoci una mail a scrivici@lgbtnewsitalia.com, per oggetto “FREUD CHI?”


Dopo aver letto questo articolo mi sono chiesta: “Si può dire che l’omofobia sia una malattia?”

Questa è la domanda che ci avete inviato per la rubrica “Freud chi?”. Cerchiamo di capire, dunque, di cosa stiamo parlando.

Una ricerca recentemente pubblicata sul Journal of Sexual Medicine ha rivelato che coloro che mostravano alti livelli di omofobia presentavano, al contempo:

  • alti livelli di psicoticismo, ovvero isolamento, alienazione interpersonale e disturbi del pensiero che, nelle forme più estreme, sono indicativi di schizofrenia;
  • utilizzo di meccanismi di difesa di tipo immaturo, ovvero strategie di fronteggiamento dell’angoscia poco funzionali e generalmente problematiche, tipiche dei disturbi di personalità più severi;
  • presenza di uno stile di attaccamento timoroso, che comporta modalità relazionali patologiche a causa di relazioni disturbate con i genitori durante l’infanzia;

In sintesi, lo studio indica che chi mostra alti livelli di omofobia presenta con maggiori probabilità un assetto mentale riconducibile all’area dei disturbi di personalità.

Inoltre la ricerca permette di avanzare delle ipotesi circa i meccanismi psicologici che sottendono l’omofobia. Alti livelli di psicoticismo, ad esempio, possono portare a percepire il mondo esterno come una minaccia (si tratta del meccanismo alla base della paranoia) e a proiettare al di fuori di sé la propria rabbia. Può accadere, quindi, di proiettare la rabbia contro le persone omosessuali.

Ciò è in linea con il dato, sempre proveniente da questa ricerca, che le persone omofobe mostrano anche un maggiore utilizzo di meccanismi di difesa primitivi, come scissione, diniego e forme gravi di proiezione.

Per rispondere alla sua domanda, lo studio non conclude che l’omofobia sia una malattia, ma che i livelli di omofobia sono in parte correlati a disfunzioni della personalità. In psicologia, infatti, il termine “malattia” si utilizza raramente, mentre si parla più comunemente di “disturbo” (spiegare le ragioni di ciò esulerebbe dal nostro discorso).

Tuttavia, se la domanda fosse: “si può concludere che l’omofobia sia l’espressione di un disagio psicologico?”, la mia risposta sarebbe un secco sì.

Ciò che possiamo affermare, quindi, è che gli atteggiamenti omofobici, più che essere la sana espressione di opinioni personali, risultano la patologica espressione di un disagio emotivo radicato nella persona. Questo disagio emotivo avrà sicuramente effetti anche in altre sfere della vita.

L’attaccamento timoroso, ad esempio, predice importanti difficoltà interpersonali dovute a una difficile gestione e regolazione di alcune emozioni, come la rabbia e la paura.

Personalmente non sono stupito da risultati di questo tipo, sebbene sia molto importante avere dei dati scientifici di riferimento. Altri studi hanno ad esempio rilevato simili caratteristiche in chi ha atteggiamenti razzisti.

L’omofobia è fondamentalmente uno dei tanti sintomi dell’intolleranza, ed essere intolleranti verso le diversità è più probabile per i soggetti con elevati livelli di rabbia non regolata.

Più che altro, la ricerca in questione suggerisce, qualora ce ne fosse bisogno, che piuttosto che “riparare” i gay (come qualcuno ancora oggi sostiene, sporadicamente anche tra i miei colleghi) occorrerebbe aiutare i soggetti omofobici a superare il loro disagio, cosa senz’altro non facile, ma possibile. Questo non solo per limitare i danni dell’omofobia, ma anche per affrontare la loro vulnerabilità psicopatologica ed evitare che sfoci in forme di disagio mentale più serie.

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