La radice di omofobia e maschilismo è l’invidia: il racconto di un gay in Romania

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Manifesto del femminismo contro il maschilismo
Manifesto del femminismo contro il maschilismo
Donna vittima del maschilismo porta carico sulle spalle
Donna vittima del maschilismo porta un carico di legna sulle spalle mentre l’uomo fuma

di Michele Ciavarella.


La malattia più profondamente radicata in questa società è il maschilismo. Un maschilismo esplicito, che spesso non rappresenta un disvalore. Qui il maschilismo è un regime culturale al quale bisogna obbedire. Il maschilismo detta le regole del vivere sociale, condiziona le relazioni, il costume, le abitudini comuni e personali.

Finora avevo pensato agli effetti del maschilismo sulle donne, non mi sono mai soffermato a riflettere su quanto possa essere devastante anche per gli uomini.

Immaginate un uomo. Un uomo che senta il dovere di rinunciare a una porzione della sua anima, in cui sono poste la delicatezza, la dolcezza, la cura, la tenerezza, e tanti altri aspetti che caratterizzano ogni anima. Un uomo che debba dimenticare la sua femminilità. Quest’uomo sentirà addosso e dentro di sé una perenne “ansia di prestazione sociale”, vivrà ogni atto come performance, finzione, teatro. Rinuncerà a una parte di se stesso e finirà per dimenticarla, non mettendola in atto.

Questa dimenticanza genererà in lui rabbia. Una rabbia incontrollabile, in quanto inspiegabile. Quest’uomo si sentirà come mutilato, derubato di qualcosa di profondamente intimo e sacro.

Quest’uomo proverà odio, in due direzioni. Prima di tutto verso la società che lo ha privato di se stesso, obbligandolo a indossare una maschera. In secondo luogo verso tutti coloro che possiedono quella femminilità alla quale lui ha rinunciato.

Ecco la radice comune della misoginia e dell’omofobia: l’invidia.

Questi uomini sono le prime vittime del maschilismo. La loro violenza è una conseguenza della loro fragilità.

E l’unica via per vincere il loro male è prenderli per mano a riconsegnarli a se stessi. Farli tornare a quell’innocenza in cui nella vita era possibile essere chiunque. Farli innamorare di se stessi. Ecco perché l’educazione agisce in maniera fatale sulla vita.

Ora pensate a un omosessuale. Qui in Romania. La prima vittima del suo odio è il suo io. Il suo disprezzo lo condurrà a rinnegarsi. Se sei gay, qui, nella maggior parte dei casi non hai la minima idea di cosa possa significare aprirti a qualcuno. Neppure ai tuoi amici. Essere gay è una orribile vergogna sociale. Se sei gay, a meno che tu non viva in una grande città come Bucarest o Cluj, non hai punti di riferimento di nessun tipo. Sei solo. Concedi a te stesso uno spazio di libertà personale solo nel sesso, di notte, al buio. Esisti attraverso applicazioni come Grindr, dove il tuo volto è nascosto e puoi acquistare piacere in un supermercato genitale dove tutto ciò che conta è raccontarsi “uomini”, ancora una volta. Tutto ciò che vuoi è una notte per fuggire dalla tua finzione, perché sei sposato o fidanzato, hai figli. Ma soffri. Il tuo teatro ti annienta. Se sei gay preferisci definirti “crazy”, “pazzo”, stravagante. Disprezzi gli effeminati. Sei a tutti gli effetti vittima del maschilismo che compi.

La domanda è: da dove partire per vincere questa catena di odio? Per me c’è una sola risposta: partire dalla sua origine. I temi dell’inclusione sociale sono di frequente tenuti lontani dalle scuole. Abbiamo diritto ad essere felici. E per essere felici dobbiamo conoscerci e conoscere. I ragazzi che sto conoscendo hanno una grande sete di civiltà. Loro sono la speranza di questo Paese che merita un futuro luminoso. Io credo che non esistano persone cattive. Questo, in realtà, è il pensiero che mi tiene in vita.

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