Intervista a Krzysztof Charamsa dopo il coming out: “In Vaticano mai letto nulla di ciò che condanniamo come “ideologia gender”

1
1173
Krzysztof Charamsa
Krzysztof Charamsa

Monsignor Krzysztof Charamsa col compagno
Monsignor Krzysztof Charamsa col compagno Eduard dopo il coming out.

Intervista di Andrea Miluzzo.

«Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana».

Con queste parole, il 3 ottobre scorso, si rivela al mondo monsignor Krzysztof Charamsa. Fa coming out e dichiara pubblicamente di avere un compagno e di essere felice: «L’amore omosessuale è un amore familiare. Aprano gli occhi».

Il Vaticano, spiazzato, alla vigilia del Sinodo dei vescovi sulla famiglia trema per il terrore di un effetto domino e tuona con Padre Lombardi: «Deve abbandonare gli incarichi presso la Congregazione della Dottrina della Fede e le università pontificie».  Per il vescovo di Pelplin si tratta di una «grave e irresponsabile oppressione mediatica alla vigilia del Sinodo».

Charamsa era ufficiale della Congregazione per la Dottrina della Fede dal 2003, segretario aggiunto della Commissione Teologica Internazionale vaticana e insegnante di teologia alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma. In seguito al suo coming out pubblico, alla vigilia del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, è stato costretto ad abbandonare tutti i suoi incarichi in Vaticano.

I mezzi di comunicazione in Polonia, dopo il coming out, lo hanno chiamato “il demone in talare”.

A distanza di un mese LGBT News Italia lo ha intervistato e ad Andrea Miluzzo dice: «In un punto sono d’accordo con loro: il demone oggi effettivamente sta nella talare, ma non è la mia talare. Per lo più, la mia talare è rimasta nell’armadio del mio officio in Vaticano (non potevo più riprenderla dopo il coming out): là va ricercato il demone!».

Questa intervista è uno scrigno potentissimo di finissima teologia e di grande testimonianza.

Intervista a Krzysztof Charamsa

Il coming out pubblico sarà stato il traguardo finale di un lungo percorso d’accettazione e di riflessione, ma c’è stata una goccia che ha fatto traboccare il vaso, determinando la sua decisione?

 «Sì, il mio pubblico coming out è stato il traguardo e la reazione all’esperienza della paura e dell’odio omofobico imposto della mia chiesa. Oggi la chiesa è ormai una delle agenzie più potenti dell’irrazionale odio verso le minoranze sessuali, rifiutando qualsiasi possibilità di razionale verifica e di discussione della sua posizione retrograda che non ha niente a che fare con la realtà e con lo stato della scienza moderna sull’omosessualità. La chiesa è ostinatamente arroccata nella sua falsa posizione, senza voler informarsi dello sviluppo scientifico avvenuto negli ultimi decenni. Il mio confronto con quest’ideologia dell’attuale propaganda della chiesa cattolica (immorale e irresponsabile, in quanto falsa) mi ha portato all’atto di liberazione e di denuncia avvenuto nel mio coming out. Non potevo in un’altra maniera dire all’istituzione della mia chiesa di svegliarsi, di iniziare ad informarsi e di smettere di offendere la dignità delle persone non appartenenti alla maggioranza eterosessuale.

E la goccia, di cui Lei parla, è una giusta immagine: ci sono state moltissime gocce che toccavano poco a poco la mia vita e la mia fede, la mente e il cuore. Le offese, le derisioni, il disprezzo delle persone omosessuali, la mancanza di umanità e di sensibilità nei loro confronti, la falsità, le bugie e le accuse (del tipo: tutti o la maggioranza degli omosessuali sono pedofili), gli insegnamenti ripieni di stereotipi e di immagini false, le chiusure paranoiche di persone ignoranti che si permettono, a nome della chiesa, ad imporre la propria ignoranza come posizione autoritaria sulla vita di milioni di persone omosessuali.

In maniera paradigmatica, tutto si chiude con le disgraziate parole durante l’ultimo Sinodo, le parole di un certo Sarah, che è un cardinale, ma che dovrebbe essere denunciato per il suo “sinodale” paragone tra gli omosessuali e i nazisti. Questo era il vero “dono” del Sinodo, che nessuno ha smentito, per cui nessuno ha chiesto scusa. Così funziona l’odio omofobico della Chiesa, che forma la gente nella Chiesa.

Le gocce come questa sono il quotidiano della mentalità ecclesiale e vaticana in particolare, perché la posizione di Sarah è quella della Congregazione per la Dottrina della Fede di Müller. È la convinzione della mentalità cattolica dominante o almeno regnante nel Vaticano. È la mentalità, che l’istituzione della chiesa sta quotidianamente formando, incitando alla paura, al disprezzo e infine all’odio delle persone omosessuali, proprio come una goccia dopo l’altra. Basta infondere nella gente questa immagine di omosessuali come gli essere inferiori da deplorare, da compatire e infine da odiare, da eliminare, da lasciare fuori legge, come i disgraziati che non sono capaci di amare e che non hanno alcun diritto alla propria famiglia e ai propri figli. È il quotidiano lavoro della mia chiesa non solo in Vaticano e in Italia. I risultati li conosciamo bene nelle nostre società permeate dall’omofobia. Quanto più cattoliche sono, tanto più sono omofobiche. Goccia dopo goccia: il perfetto lavoro della chiesa cattolica, che si era creato dei fantasmici nemici».

Cosa ha fatto nel periodo di tempo trascorso dal momento della sua decisione a quello della conferenza stampa?

«In quel periodo, come in tutti gli altri, ho fatto bene il mio ministero sacerdotale. Ma forse bisogna dire che la decisione è stato un processo di crescita e di discernimento, come diciamo noi credenti. Mi sarebbe difficile indicare proprio il momento della decisione. Questa decisione cresceva con me, come la decisione più dura e più esigente della mia vita. Generalmente, fino all’ultimo un gay terrorizzato nell’istituzione, a cui ha offerto tutta la propria vita, lotta dentro di sé. Nella solitudine lotta con le paure davanti a tutto ciò che una tale decisione nel suo mondo disumanamente omofobico comporta: la perdita di lavoro e di mezzi per la vita, le offese, il disprezzo, le calunnie, le violenze – grazie a Dio, verbali – verso di lui e i suoi cari. Io sapevo che il coming out avrebbe svegliato nell’istituzione della chiesa e nella mentalità cattolica – prive di sensibilità e di serena riflessione umana, di comprensione, di misericordia – tutta la sua violenza e odio. Nel Vaticano questi ideali evangelici non esistono, ma sono anche estranei alla violenza della mentalità dominante in molti ambienti cattolici, come nella chiesa polacca, ma in parte anche italiana. Le persone semplici permeate da questo odio spesso non sono neanche responsabili: lo hanno recepito incoscientemente dalla chiesa cattolica. La vera responsabile di una buona parte dell’omofobia è la Chiesa cattolica.

La decisione di opporsi a questo peccato sociale di una potente istituzione internazionale da parte di un singolo, come me, solo e senza aiuto di nessuno, eccetto quello del mio compagno e di pochi cari, è stato un processo largo fino alle ultime ore prima di dire alla chiesa:

“Cara Chiesa, basta con la tua accecata violenza e odio. Rivestiti in dolci parole di quel falso rispetto, in cui mai hai creduto. Io sono gay e esigo da te, mia Chiesa, di iniziare a rispettarmi, come io ti ho rispettato e servito tutta la vita. Svegliati, perché stai camminando verso il disumano. Non hai più diritto di offendere la mia vita con il tuo irrazionale inferno di terrore psicologico. Como io ti ho preso sul serio, così tu, mia Chiesa, convertiti e inizi a comprendere la realtà, esattamente come lo esige anche il papa Francesco”».

Come risponde a chi lo accusa di essere stato complice per 30 anni del sistema che ora denuncia?

«Innanzitutto mi permetto di correggere i numeri. Io servivo la Congregazione per la Dottrina della Fede da 12 anni, ed ero un zelante lavoratore. Sono prete da 18 anni e sono un buon prete gay. Io servivo sempre gli ideali e i veri valori cristiani, quelli dell’amore verso Dio e verso gli altri, nello sforzo continuo di conoscere e servire la verità alla luce di ciò che ho ricevuto dal cristianesimo, ovvero di ciò che Dio ha rivelato nella sua Parola per gli uomini. È vero che con il tempo iniziavo a capire che nel Vaticano, ma anche in molte parti della Chiesa sparsa nel mondo, stavo servendo un sistema. Un sistema, che sul punto delle minoranze sessuali e sulle questioni della sessualità umana in genere, semplicemente deve essere denunciato, come falso e ignorante, incapace di discutere razionalmente i grandi problemi umani. Nella Congregazione, che ha compito di essere una sorta di “cervello” dottrinale della Chiesa, regnava la ridicola ignoranza. Là non abbiamo mai letto uno scritto di gender studies, che condanniamo a priori. Non abbiamo letto nulla delle cose che condanniamo, chiamandole “ideologia gender”, la quale però non esiste. In questo ambito, la vera “ideologia” è l’accecata posizione cattolica. Dunque io ho servito la Chiesa, ma quando scopro che in realtà è un disumano sistema di paranoia anti-gay, so che ho dovere morale di dire alla mia Chiesa chi sono ed esigere che essa si converta proprio da questo suo “essere sistema di paranoia anti-gay”. Per l’utilità della Chiesa ho formulato un manifesto di dieci passi necessari per la sua conversione verso il rispetto della dignità di tutte le persone umane, indipendentemente dal loro orientamento sessuale. È il mio nuovo manifesto di liberazione gay, che ho presentato il 3 ottobre e in questi giorni rilancio in varie lingue».

Qual è il ruolo delle persone omosessuali all’interno del progetto di Dio? Perché, nei primi secoli di vita del cristianesimo santi e dottori della Chiesa hanno teorizzato che le persone omosessuali fossero paragonabili a una sorta di forza demoniaca nemica?

 «Il ruolo delle persone omosessuali all’interno del progetto di Dio è uguale a quello delle persone eterosessuali, ovvero realizzare nell’amore l’immagine di Dio che portiamo dentro di noi, accettando e realizzando i doni ed i carismi che sono propri di eterosessuali, omosessuali, lesbiche, transessuali, intersessuali, etc. Da quel progetto nessuno può essere escluso, perché dall’amore non si può escludere nessuno. Quell’amore si riflette nel divino progetto del matrimonio e della famiglia, che riguarda tutti gli uomini, in coerenza con il loro sano orientamento sessuale. Nel progetto di Dio non esiste solo un matrimonio eterosessuale. Esiste invece il matrimonio e la famiglia umana. Esse si esprimono bene nella conquista dell’umanità civile, che è stata raggiunta nel matrimonio ugualitario. Alla luce dei valori cristiani, il matrimonio civile come quello religioso (anche cristiano) non può escludere né discriminare le persone omosessuali. Tale matrimonio ugualitario rispetta e riflette i veri valori cristiani. Attualmente la Chiesa la pensa esattamente al rovescio. In questo senso la Chiesa cattolica d’oggi, con la sua posizione retrograda e non più difendibile razionalmente, è una “vera sconfitta dell’umanità”, per usare le parole del Segretario di Stato vaticano Parolin, che spargeva queste parole, in maniera deplorevole, contro la grande decisione di civiltà della Nazione Irlandese nel referendum di quest’anno, che ha approvato il matrimonio civile ugualitario. Gli Irlandesi, come molte altre Nazioni, sono esemplari nel loro senso d’umanità e di profondità dei valori cristiani.

Oggi ci rendiamo conto che il matrimonio ugualitario è un valore e un bene comprensibile e coerente con la Parola di Dio. È un bene dell’umanità che si sviluppa civilmente e così riflette anche i valori cristiani di amore, giustizia e uguale dignità personale degli uomini e donne di vari orientamenti sessuali. Riflette anche tutto ciò che i cristiani sanno sulla creazione dell’uomo e della donna a immagine di Dio, come la descrive la Bibbia. Questa coscienza la abbiamo oggi grazie allo sviluppo del sapere umano. Penso in particolare a tutta la conoscenza ed esperienza della sana diversità degli orientamenti sessuali, che non è una tesi o una ipotesi della scienza tra le altre, con cui si possa discutere o, peggio ancora, ignorarla, come fa la Chiesa.

È altrettanto certo che la Bibbia non poteva sapere nulla di tutto ciò. Non aveva minima idea dell’orientamento sessuale, come d’altronde non ne sapevano nulla di chiaro neanche i nostri bisnonni. In tutto ciò non c’è niente di male: la Parola di Dio viene interpretata continuamente nella comunità dei credenti, che si confronta con il continuo sviluppo dell’umanità. Non sorprende dunque che nel passato – come Lei giustamente ricordava – alcuni teoretici del cristianesimo hanno demonizzato le persone omosessuali, in parte per questa imperfetta conoscenza da parte dell’umanità. Per di più diversi di loro interpretavano certi passi scritturistici in modo che oggi sappiamo essere sbagliato.

Basta pensare al passo di Sodoma, che ad un certo punto della storia cristiana sarà adottato come nome per le persone omosessuali (dette sodomiti), mentre quel passo biblico non ha niente a che fare con l’orientamento omosessuale, ma piuttosto con le leggi di ospitalità, che per gli uomini d’oggi sono difficilmente comprensibili, mentre per la cultura dell’uomo biblico furono fondamentali.

La Bibbia non parla mai parla dell’omosessualità come la conosciamo oggi. Possiamo dire che non ha mai condannato l’amore di due gay di Roma o di San Francisco, o di due lesbiche di Milano o di Istanbul, che realizzano il loro amore secondo il loro orientamento sessuale, formano famiglie, hanno figli, sono cittadini o cittadine che apertamente vivono il loro orientamento sessuale, come un bene o come la potenzialità dell’amore. La Bibbia non condanna mai gli omosessuali, come non condanna gli eterosessuali, sulla base del loro orientamento sessuale. Anche perché la Bibbia non sa nulla sull’orientamento sessuale, in quanto sana distinzione tra gli esseri umani (e non solo tra gli umani). La Bibbia ovviamente parla di atti – che io e gli altri teologi – chiamiamo atti omogenitali, cioè atti sessuali compiuti da due persone dello stesso sesso. Ma non prende in considerazione il fatto che questa forma di realizzare la sessualità possa essere naturale o no per chi la compie. Per le persone di orientamento omosessuale gli atti omosessuali sono atti naturali e riflettono l’ordine della loro natura umana. Questa è una forma di sapere che la Bibbia non può avere, dunque tratta – per così dire – gli atti sessuali tra persone dello stesso sesso nella loro materialità, non distinguendo se un tale atto è la sana espressione della sessualità per chi non è eterosessuale. Per di più, gli atti omogenitali (compiuti tra due uomini non necessariamente omosessuali) erano legati a tutto un mondo della prostituzione sacra delle religioni pagane, che l’Israele biblico rifiutava. Paolo segue questo discorso con i suoi testi complessi, che esigono più tempo per essere spiegati e compresi bene nel loro contesto storico-culturale del passato e poi oggi, alla luce della nuova conoscenza scientifica, che non può essere ignorata, perché anche questo sviluppo della coscienza è un dono di Dio.

Solo che nell’ora presente della Chiesa, abbiamo un problema: Dio deve aprire la mente alla sua Chiesa che mai ha discusso questo tema, ma ideologicamente si era chiusa a tale discussione, che pare preoccupata solo di mantenere il proprio potere di dominio politico e finanziario, invece di essere l’oasi di pensiero razionale di uomini e donne credenti.

L’ultimo Sinodo è stato l’esempio paradigmatico di questa chiusura di irrazionalità e di disconnessione con la realtà. Lo stesso Sarah, invece di essere denunciato o almeno richiamato dal Sinodo, ha guidato le discussioni del gruppo di lingua francese, che ha concluso a nome degli altri: non avevamo tempo di discutere sull’omosessualità. Esattamente questo è il rispetto e l’amore della Chiesa cattolica per i figli delle famiglie formate da persone omosessuali: la Chiesa non ha tempo per questa realtà di amore quotidiano di persone che in molti Paesi, come in Italia o Polonia, rimangono fuori legge, disprezzate o offese. E, guarda caso, sono proprio i Paesi le cui società si vantano di essere più vicine agli ideali dell’amore cristiano. Stiamo effettivamente nella sconfitta dell’umanità, ma non in Irlanda o negli Stati Uniti, o in Argentina o Colombia. No! La sconfitta dell’umanità siamo noi, sta nella Chiesa cattolica, in Vaticano, perché continuiamo a mantenere la convinzione nella gente che le persone omosessuali siano demoniache e in vari Paesi queste ideologie hanno purtroppo gran successo.

I mezzi di comunicazione sociale in Polonia così chiamavano me dopo il coming out: il demone in talare. In un punto sono d’accordo con loro: il demone oggi effettivamente sta nella talare, ma non è la mia talare. Per lo più, la mia talare è rimasta nell’armadio del mio officio in Vaticano (non potevo più riprenderla dopo il coming out): là va ricercato il demone!».

Quali sono le precondizioni che consentiranno alle gerarchie ecclesiastiche di riformulare la dottrina accettando l’omosessualità come concepita da Dio? Quando la Chiesa arriverà a benedire unioni e adozioni per le persone dello stesso sesso, chiedendo perdono come ha fatto nel 2000 coi mea culpa pronunciati solennemente nel corso della celebrazione delle ceneri?

 «Io direi: indubbiamente la Chiesa dovrà arrivare a benedire i matrimoni egualitari, che comprendono anche le persone omosessuali con il loro desiderio di amare e di offrire la vita ai propri figli giorno dopo giorno, come lo fanno in maniera esemplare le famiglie, che noi spesso in Italia chiamiamo “famiglie arcobaleno”. Sono le famiglie che oggi rimangono fuori legge, non rispettate dalla legge civile e ecclesiale, come se non esistessero. Ed esse, come tutte le famiglie, amano, soffrono, danno e custodiscono la vita dei propri figli, lottano per una vita e per un mondo migliore, contribuiscono al bene comune e, se sono credenti, offrono i propri carismi e doni alla comunità ecclesiale. Non riconoscerle è la sconfitta dell’umanità e del cristianesimo. E in quel campo la colpa del ritardo dei cattolici è immensa.

Il ritardo del sistema della Chiesa di oggi è vergognosamente grave, perché riguarda non le teorie, ma la vita concreta delle persone, che vengono discriminate, stigmatizzate e marginalizzate.  In questo ritardo c’è qualcosa di demoniaco. È il ritardo che giorno dopo giorno osservavo nella Congregazione, ignorante e insensibilmente incapace di studiare la realtà. Ma non ho dubbi che arriverà il tempo quando la Chiesa inizierà a chiedere perdono, però i tempi li conosce solo Dio.

Ora tornando alla sua prima domanda, direi: sono certo che ci vogliono persone carismatiche, ma ci vuole anche il serio studio teologico e filosofico, libero da pregiudizi, che oggi nella chiesa manca ed i teologi, che specialmente nell’ambito anglosassone e tedesco pensano sulla realtà, vengono stroncati dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Poi, credo anche che insieme a questa apertura mentale ci vuole la scoperta esperienziale della realtà: ci vogliono coming out dei sacerdoti, buoni sacerdoti che sono gay. Perché proprio lo stare nell’armadio, il silenzio attorno al tabù dell’omosessualità, e per molti anche la doppia vita costituiscono tutto un sistema che fa mantenere la falsità della posizione dottrinale sull’omosessualità. Ma, come dicevo, il programma concreto del lavoro che la Chiesa deve intraprendere e compiere in questo ambito ho indicato nel mio manifesto, che ho chiamato il nuovo manifesto omosessuale, giusto a misura della Chiesa cattolica».

 Qual è l’episodio più doloroso che ricorda, della sua esperienza nella Congregazione per la Dottrina della Fede, legato alla sua omosessualità?

 «L’episodio più doloroso… la disumana istruzione che proibiva l’ammissione di persone omosessuali ad essere preti. Mi ricorda le peggiori leggi razziali, che gratuitamente stigmatizzano e discriminano un intero gruppo sociale. È disumana e fondata su un insieme di ridicole falsità sulle persone omosessuali. Questa legge offende e discrimina le persone omosessuali, esattamente per usare le parole del Papa Francesco – il Papa le usa per dire che la sua chiesa non dovrebbe stigmatizzare e discriminare nessuno. Questa Chiesa lo fa in maniera svergognata e irrazionale. Questa è una legge ecclesiale, che presuppone che le persone omosessuali siano inferiori alle persone eterosessuali; che costituiscano una seconda categoria di esseri che vanno deplorati e compatiti. È una legge che costituisce un giudizio su tutta la comunità omosessuale. Dunque, se il legislatore ecclesiale dice: “chi sono io per giudicare un gay?” deve eliminare questa legge ecclesiale che è un giudizio istituzionale e generalizzato su tutti i gay. Ed è una vera offesa dell’umanità».

Prima del suo coming out, in Vaticano sapevano della sua relazione col compagno?

 «Penso di no, però nemmeno mi interessa. Noi, io e Eduard, mai immaginavamo di passare la vita in una nascosta relazione stabile d’amore, come fanno molti dei miei colleghi nella Chiesa. Non li giudico e auguro loro il meglio, perché l’amore è la cosa migliore che può esserci ed è pienamente coerente con l’amore e il servizio del prete a Dio e alla Chiesa.

Il Vaticano deve aprire gli occhi ai propri svariati delitti morali e alle relazioni stabili o meno stabili che ha dentro la Chiesa e per le quali la Chiesa chiude l’occhio. La chiesa deve iniziare a fare i conti con tutta la sua vita sessuale repressa».

Di cosa parla il suo libro?

«Però quale libro? Ne ho pubblicati diversi. Forse intende le mie future pubblicazioni. Spero di poter presto presentare un nuovo libro e così parlare di esso».

Facebook Commenti

commenti

1 COMMENTO

LASCIA UN COMMENTO

sette + diciannove =