Al via il Torino Gay & Lesbian Film Festival, intervista al direttore Giovanni Minerba

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Giovanni Minerba direttore tglff
Giovanni Minerba direttore tglff

Alla vigilia della serata inaugurale della 31esima edizione del TGLFFTorino Gay & Lesbian Film Festival, intervista al direttore artistico Giovanni Minerba. Gli eventi più attesi, gli ospiti, le novità di questa edizione. «Occorre – dichiara Minerba a LGBT News – una Stonewall italiana che parta dal “Cupolone” con direzione Montecitorio».


Di Andrea Miluzzo.

Le porte del Torino Gay & Lesbian Film Festival stanno per aprire i battenti per la 31esima volta. La nota rassegna cinematografica di film a tematica omosessuale, diretta da Giovanni Minerba, accenderà i riflettori sul miglior cinema gay del 2015, e non solo, fino al 9 maggio.

Il primo appuntamento è domani, 4 maggio, con la cerimonia d’apertura condotta da Fabio Canino, prevista per le 20.30, presso la Sala 1 della Multisala Cinema Massimo.

Ospite della serata Paola Turci, che porterà sul palco la sua musica e rimarrà al festival in veste di giurata del “Premio Ottavio Mai” insieme ad Alessandro Borghi e Wieland Speck.

A seguire, la proiezione, in anteprima nazionale, della pellicola d’apertura: Stonewall di Roland Emmerich. Il film, che uscirà nelle sale italiane il 5 maggio, racconta la rivolta del 28 giugno 1969, in cui alcuni militanti LGBT, frequentatori dello Stonewall Inn di New York, si ribellarono ai soprusi della polizia e misero a ferro e fuoco la città con l’aiuto della popolazione. Storica presa di coscienza alla quale è attribuita la nascita del movimento omosessuale contemporaneo e del processo di liberazione omosessuale, commemorati ancora oggi con le celebrazioni dell’orgoglio omosessuale, meglio note come Gay Pride.

Da giovedì 5 a lunedì 9, poi, prenderà il via la rassegna dei film che si contenderanno i premi degli esperti e l’apprezzamento del pubblico.

Direttore Minerba, qual è l’importanza oggi di un festival di cinema LGBT?

«Trent’uno anni fa l’idea di creare un “Festival con tematiche omosessuali” arrivò per due specifici motivi. Io e Ottavio Mai (mio compagno), eravamo “militanti” nel F.U.O.R.I (Fronte Unitario Omosessuali Rivoluzionari Italiani) e amavamo il cinema. Quindi per noi l’importanza era il cinema, i temi, le istanze delle persone LGBT. E a quei tempi tutti avevamo tanta necessità di sapere, conoscere le realtà in giro per il mondo. Non c’era internet come adesso, con le notizie ormai in tempo reale. Il cinema era il mezzo più immediato e per noi è stato il punto di svolta. I nostri primi “piccoli” film (video), partivano da quello che ci premeva far conoscere: la parte inesplorata della realtà, quella lontana dagli stereotipi. Fu così che, andando in giro per festival con i nostri lavori, si venne a conoscenza che in giro per il mondo c’era chi se ne occupava, da li l’urgenza dell’idea di far nascere un festival. È stata una bella idea!

L’importanza oggi di un festival? Ovviamente molte cose sono cambiate in questi 31 anni, in molte parti del mondo, molto meno in Italia, tanto meno nei paesi di religione mussulmana. Sicuramente uno dei motivi è far conoscere le realtà. Poi, ma non necessariamente in seconda battuta, il Cinema, cosa c’è di più bello del Cinema? Sappiamo bene tutti che se non esistessero i festival molti film sarebbero fantasmi, non soltanto i film LGBT».

Dalla primissima edizione al 2016, com’è cambiata la percezione della cittadinanza. Difficoltà, rapporti con le istituzioni, pubblico, contatti con gli ospiti.

«Bisogna dire che la percezione della cittadinanza è stata buona sin dal primo momento, “cittadinanza” che è poi diventata sempre di più “extracittadinanza” grazie all’amato pubblico che ci raggiunge da tutte le parti d’italia e dall’estero. Il pubblico che ovviamente è cambiato in questi trent’anni: si rinnova, aumenta, le giovani generazioni e le donne soprattutto si avvicinano sempre di più.

Il rapporto con le istituzioni, da undici anni, da quando siamo sotto “l’ala” del Museo del Cinema, che ovviamente è garante, posso dire che è buono, anche se da qualche anno, con i continui tagli sui finanziamenti al Museo, non riusciamo mai a essere tranquilli e lo conferma il fatto che il budget del Festival è diminuito del 30% negli ultimi cinque anni.

E quasi di conseguenza i contatti con gli ospiti, sempre di meno, si associano alla mancanza di fondi adeguati. Ospiti che, comunque, conoscendo la “Storia” del Festival, hanno sempre un atteggiamento di amore, quando possibile. Lasciatemi per questo ricordare che grandi autori del momento, soprattutto in Italia, nascono dal nostro Festival: Gus van Sant (il suo primo premio della carriera a Torino con Malanoche), Todd Haynes, Xavier Dolan, Brillante Mendosa, Alain Guiraudie, Ira Sachs, la coppia Premi Oscar Rob Epstein/Jeffrey Friedman (poco conosciuti in Italia), e tanti altri».

Quali sono gli eventi più attesi di questa edizione?

«Non è molto bello che lo dica io, lo faccio solo per un paio di film in particolare e non per promuovere qualcuno in particolare: uno è il documentario Chemsex (lo urlo anche), perché? Questo film, in qualche modo, mi ha riportato ai primi tempi della peste dei gay”. Quando arrivavano notizie sbagliate, fobie esasperate, noi, invece, mettevamo in programma film e/o documentari che rispecchiavano, quantomeno in modo corretto, quanto stava succedendo; quindi, abbiamo deciso di far vedere Chemsex proprio per dare un’informazione precisa su un tema “scottante” dopo i fatti di Roma.

Un altro film che ho piacere di segnalare è italiano, Bullied to Death di Giovanni (Jo) Coda, un’opera importante che tratta il bullismo omofobico, così come lo è stato il suo precedente Il rosa nudo, che dopo Torino nel 2013 vinse numerosi premi in giro per il mondo. Sono felice di questo “movimento” dei giovani autori italiani (molti dei quali sono nel nostro programma) e dell’interesse del Centro Sperimentale di Cinematografia su questi temi».

C’è attesa per la prima di Stonewall. Sarebbe necessaria una Stonewall italiana? Come la immaginerebbe?

«L’attesa per Stonewall mi fa andare indietro all’inizio della mia (e di Ottavio) militanza, questo film in America è stato un po’ maltrattato da frange della comunità lgbt, ma sappiamo che in certi contesti tutti hanno bisogno di “sapere la verità”; tutti, con motivazioni differenti, si ritengono “vedovi” con diritto di parola. A me non deve interessare, l’interpretazione di un regista può essere discussa, non annullata, credo comunque che sia un film necessario, soprattutto per le nuove generazioni, quelle che magari vorrebbero capire come e cosa fare per una Stonewall italiana.

Sarebbe necessaria? Credo che in Italia, in parte, con modalità diverse, sia già avvenuta anni fa, una nuova mi rimane difficile immaginarla in questo momento, anche se la riterrei necessaria; ma solo se avesse inizio partendo dagli abitanti e affiliati del “Cupolone” con direzione Montecitorio…».

Perché, rispetto al resto dell’Occidente, siamo rimasti così indietro in tema di diritti civili e di libertà individuali?

«Di solito non sono pessimista, ma sta nei fatti, che ci dicono che comunque potremmo rimanere sempre un po’ indietro, a meno che, come dicevo prima, non avvenga una Stonewall del nuovo millennio».

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