E se invece dei padri gay facesse un passo indietro il senso di inferiorità di alcuni gay?

3
984
la maschera di certi gay contro padri gay
la maschera di certi gay contro padri gay

di Caterina Coppola.


Bisognerebbe che si facesse un passo indietro, quindi. Specialmente se parliamo di coppie di padri gay con figli perché, lascia intendere chi ha lanciato questo appello (un ex presidente della più nota associazione gay d’Italia, ora dirigente del Pd) la loro recente “sovresposizione” mediatica ostacolerebbe il sereno iter della legge sulle unioni civili appena approdata all’aula del Senato, ma subito accantonata (se ne riparlerà, dice la ministra Boschi, forse a gennaio 2016: #stiamotuttisereni, insomma).

Continua sotto…

[shareaholic app=”recommendations” id=”21157221″]

Aggiunge, l’autore, che nutre dubbi su “l’affermazione che le donne, nei paesi civilissimi come il Canada e gli States, dotati di protocolli etici e sanitari severissimi, siano libere di prestare il proprio corpo per far nascere un bambino” e continua spiegando che “oltre a questo, provo intimamente dubbi che due maschi abbiano la necessità di diventare papà utilizzando un altrui corpo, femminile, per realizzare un progetto genitoriale” dicendosi più favorevole alle adozioni. Affermazioni che se pronunciate da un dolce&gabbana qualsiasi avrebbero già scatenato le ire del movimento tutto, della comunità e dei suoi amici eterosessuali, piogge di comunicati stampa e richieste di scuse. Ci sarebbe da consigliargli di leggere le testimonianze di quelle donne e di informarsi meglio, come faremmo con un ingenuo e poco informato fan della premiata ditta Miriano & Adinolfi.

Ancora, colui che è ora presidente di un’altra associazione, accusa di “reginismo” quelle coppie di padri che si fanno intervistare da Tv e giornali per raccontare la quotidianità delle loro vite e i diritti negati ai loro figli.

Se non fosse il 2015, sembrerebbe di leggere uno scritto degli anni ’80 di un detrattore della battaglia principale che la comunità lgbt era chiamata allora a fare: quella della visibilità, della rivendicazione della propria esistenza, dei propri corpi e della propria sessualità. Una battaglia che oggi sono chiamate a fare proprio le coppie e le famiglie omogenitoriali e che dovrebbe trovare nel movimento e nella comunità il pieno supporto, al netto delle pratiche di procreazione legali che ognuno, personalmente, è libero di adottare oppure no.

È un principio pericoloso, perché con lo stesso criterio, una persona eterosessuale non dovrebbe appoggiare le battaglie della comunità LGBT e un uomo non dovrebbe preoccuparsi del diritto all’aborto. Insomma, ognuno dovrebbe farsi la sua battaglia ben rinchiuso nel suo orticello, sperando che qualcuno se ne accorga.

Sfugge il senso reale di questo appello: intende escludere una parte della comunità dall’attuale dibattito? E a che pro? Forse i diritti che quella parte rivendica non devono essere urlati a gran voce come quelli che riguardano le coppie che non hanno figli? O forse sono più difficili da difendere perché più attaccati dai detrattori dell’uguaglianza? Questo non richiederebbe, invece, maggiore sostegno? Quelle famiglie e, soprattutto, i loro bambini, devono “aspettare il loro turno” in base ad una scala di priorità basata su un criterio che sfugge al buon senso?

L’impressione, invece, è che quell’accenno al “reginismo” sia più simile a ciò che gli psicologi chiamerebbero “proiezione” che non all’osservazione di un fenomeno mediatico.

Su una cosa l’autore del pezzo ha ragione: le coppie di mamme lesbiche sono meno rappresentate sui media (ma tutte le lesbiche in generale, a dire il vero). Le ragioni sono facilmente intuibili: attaccare una donna che decide di avere un figlio, e quindi il concetto di maternità, è comunicativamente perdente. Per altro è impossibile impedire ad una donna di diventare madre se lo vuole, a meno di costringerla all’isterectomia. È molto più facile, invece, attaccare una coppia di padri che per diventarlo deve ricorrere ad una madre surrogata. Nell’immaginario collettivo, cresciuto a pane e natività, è più spacciabile per “capriccio”.

Ed è chiaro che i meccanismi dell’informazione mainstream in questo ci sguazzano. Ma, perdonatemi: i media saranno anche brutti e cattivi, però servirebbe anche un po’ di autocritica da parte del movimento che non ha saputo ottenere la giusta rappresentanza e la giusta rappresentazione su schermi e pagine dei giornali. Per non parlare, poi, del rischio che corre che le proprie istanze finiscano politicamente nelle mani di chi chiede passi indietro, invece di spingere per farne in avanti. Al netto di questo, non si capisce quale sia il problema se due uomini gay con figli raccontano pubblicamente la loro storia, se non una innata attitudine alla sottomissione culturale.

Per il resto, nessuna richiesta di passo indietro è accettabile, in un momento in cui, invece, serve tenere alta l’asticella dei diritti per il rispetto che si deve alle vite reali delle persone, alla dignità di una comunità che anela passi in avanti da decenni, all’opera meritoria di tutti quegli attivisti e quelle attiviste che ha permesso ai gay e alle lesbiche di oggi di vivere allo scoperto, specialmente se quelle richieste rischiano di essere strategie utili solo al proprio curriculum politico.

Facebook Commenti

commenti

3 COMMENTI

LASCIA UN COMMENTO

19 − undici =