A che età posso spiegare l’omosessualità ai miei figli? E qual è la maniera migliore?

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2025

di Andrea Epifani, psicologo.


Gentilissima redazione sono la mamma di due bambini: Gabriele 5 anni e Marina di 2. Sono una mamma eterosessuale e vivendo in un paesino minuscolo non ho mai avuto amici gay, lesbiche, trans. In tante trasmissioni televisive spesso sento dire da mamme come me: “Se si baciano in pubblico, cosa dirò ai miei figli?”. Ho trovato questa domanda molto stupida e ho pensato che sono affari di noi genitori se non abbiamo le parole per dire certe cose ai nostri figli. Quindi mi piacerebbe sapere da un esperto qual è secondo voi l’età, la maniera migliore e più naturale per parlare ai miei figli di omosessualità, transessualità e di tutto ciò che ne consegue? Grazie mille.

«Gentile signora,

il fatto che lei trovi stupido il dubbio su come spiegare l’omosessualità ai bambini è già un indicatore del fatto che non avrebbe particolari problemi a dire ai suoi figli che alcune persone preferiscono amare individui di sesso opposto, mentre altre amano quelli del loro stesso sesso. Non c’è un catalogo su come e quando spiegare nel modo migliore l’omosessualità ai bambini. È nella sensibilità del singolo genitore deciderlo e ognuno lo farà in base alle proprie inclinazioni. Ovvio che un genitore che consideri l’omosessualità qualcosa di “strano” avrà delle difficoltà. Questo però non vale solo per l’omosessualità, ma per tutte le domande giudicate “scomode” dal genitore.

Le faccio un esempio molto differente, ma che rende bene l’idea. Provi a pensare di dover spiegare ai suoi figli che lavoro fa una prostituta. Può capitare, dal momento che non è raro trovarne in strada anche in pieno giorno (perlomeno nella mia città), e può capitare che un genitore abbia difficoltà a rispondere. Ma questa difficoltà dice molto del fatto che quel genitore ha problemi ad affrontare con naturalezza un discorso del genere, magari per pudori personali. Ciò può rendergli difficile dare una risposta a suo figlio in maniera naturale e “giocosa”, assecondando la normale curiosità del bambino senza ovviamente entrare nei dettagli.

Allo stesso modo, di fronte a due omosessuali che si baciano in pubblico un genitore può avere difficoltà a spiegare al proprio figlio il significato di quel comportamento, ma non è una difficoltà oggettiva. Deriva semplicemente dal fatto che in quel caso il genitore, per norme interiorizzate o atteggiamenti non completamente chiari nei confronti dell’omosessualità, si trova in una situazione che è scomoda per lui, non per il bambino.

Tenga presente che i bambini pongono queste domande con la stessa ingenuità con la quale chiedono “perché le giraffe hanno il collo lungo lungo?”, “perché il cielo è azzurro?” o “perché alcune persone hanno le pelle di un altro colore?”.

Quando scrive, quindi, che “sono affari di noi genitori se non abbiamo le parole per dire certe cose ai nostri figli”, ha perfettamente ragione. E di fronte alla propria difficoltà l’atteggiamento migliore e più intelligente sarebbe riconoscerla e chiedersi per quale motivo non riusciamo ad essere spontanei nel dare una risposta al bambino. Diventa quindi un’occasione per scoprire qualcosa di sé, e magari iniziare a lavorarci sopra.

Ovviamente eventuali risposte evasive e imbarazzate da parte del genitore comunicheranno indirettamente al bambino che è un argomento tabù o che ha fatto una domanda che non andava fatta. È così che spesso si trasmettono al proprio figlio gli atteggiamenti e le opinioni».

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