Anche il Marketing italiano avanza verso il Rainbow

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Anche nella cattolicissima Italia il Marketing si avvia a comprendere i benefici educativi ed economici delle pubblicità che includono coppie e famiglie omosessuali


Dall’IKEA alla Findus, passando per Eataly e arrivando alla pasta Granoro; la pubblicità e il marketing in Italia si tingono sempre più dei colori arcobaleno.

Nel corso dell’ultimo anno, dallo scoppio del caso Barilla, quando il Patron dell’azienda dichiarò cose molto poco piacevoli sugli omosessuali provocando una sollevazione internazionale, abbiamo assistito ad un crescendo di pubblicità gay friendly che ha determinato un cambio di passo non indifferente in un Paese che ancora non è riuscito a dare risposte politiche e giuridiche ai problemi dell’omotransfobia e delle coppie e famiglie omosessuali.

La scelta di marketing di tanti brand, di aprirsi con coraggio anche alla comunità LGBT, significa riconoscere che i tempi stanno cambiando e che per essere realmente competitivi, nel mercato globale, è sempre più vantaggioso andare ad intercettare quelle categorie e quei gruppi sociali che abitualmente sono stati sempre esclusi dalla rappresentazione della società. In poche parole questa scelta testimonia come chi ha bisogno di comunicare e convincere fette sempre maggiori della società deve, volente o nolente, raffrontarsi anche con realtà che spesso vengono marginalizzate dal dibattito politico.

L’Italia è quel Paese dove da un lato va in onda la pubblicità sul coming out di un figlio mentre mangia con la mamma e dall’altro si organizzano convegni antigay che denigrano le famiglie non tradizionali, ormai in maggioranza. Sembra quasi che le frasi del Patron Barilla

Non faremo pubblicità con omosessuali perché a noi piace la famiglia tradizionale: se i gay non sono d’accordo, possono sempre mangiare la pasta di un’altra marca

non siano poi cosa così superata. Eppure tali dichiarazioni hanno segnato forse uno spartiacque per gli Italiani: si è imposta una questione culturale che ha destato le coscienze, non solo della comunità LGBT, ma anche di tutti gli eterosessuali e gli intellettuali che hanno trovato di cattivo gusto che un marchio-simbolo come Barilla – che contribuisce a formare l’immaginario popolare della cultura italiana nel mondo – si sia schierato in maniera così netta contro le persone omosessuali e che hanno compreso che è un dovere morale combattere per i diritti di chi nella vita è discriminato.

Le pubblicità arrivano in tutte le case e hanno il potere di innescare riflessioni personali su temi che ancora non si ha il coraggio di affrontare pubblicamente.

Ma anche le pubblicità si scontrano con la dura realtà di un Paese conservatore e bigotto, in cui nemmeno l’azienda di gioielli Tiffany è libera di proporre una campagna con una coppia gay senza essere apostrofata da Simona Vicari e Gabriele Toccafondi (entrambi in quota NCD) di ledere l’identità del popolo italiano.

E allora appare chiaro quanto ancora ci sia da fare in Italia. Non possiamo pensare che le aziende con le loro scelte di marketing si possano sostituire alla politica. I politici devono essere in grado di cogliere il cambiamento socio-culturale in atto accompagnandolo con adeguamenti legislativi e soluzioni giuridiche capaci di andare incontro ai reali bisogni dei cittadini.

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