Christian e Roberto. La trascrizione del matrimonio, la burocrazia e lo scarso coraggio delle associazioni LGBT (Intervista)

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Christian Rocchi e Roberto Rodriguez
Christian e Roberto

Christian e Roberto,  poco più di 30 anni, vivono da qualche anno in Svizzera.

Si conoscono ad Aprile del 2011 ed è subito amore. “Un giorno ci sposeremo!” si dissero non molto dopo.  La Svizzera, che ha adottato dal 2004 il modello delle unioni civili alla tedesca (che, tra l’altro, ha ispirato la proposta del Governo Renzi) ha permesso loro di fare il grande passo. Così, da Luglio 2013, Christian e Roberto sono sposati. Almeno in Svizzera, ma a loro non basta. Christian è Livornese e Roberto viene da Gran Canaria e vogliono che la loro unione venga riconosciuta anche nel loro Paese d’origine.

E se in Spagna l’unico problema è il fatto che il riconoscimento dell’unione civile sia subordinato alla residenza in Spagna (che raggirano semplicemente sposandosi ad Agosto di quest’anno anche lì, su suggerimento del consolato ), i problemi nascono quando cercano di ottenere il riconoscimento della propria unione anche in Italia.

Abbiamo raggiunto Christian. Lo abbiamo intervistato in esclusiva per LGBT News Italia e gli abbiamo chiesto di raccontarci la loro storia.

«Avevamo sentito che qualcosa si stava muovendo e sapevamo che l’amministrazione comunale di Livorno, in campagna elettorale si era impegnata ad agire in tema di diritti LGBT e, quindi, nel riconoscere le unioni same-sex, soprattutto con l’istituzione del registro delle unioni civili. Ma a noi serviva altro. Il nostro era un matrimonio contratto all’estero e ciò che ci serviva era la trascrizione dell’atto in Italia. Abbiamo scritto pubblicamente al sindaco e siamo stati messi in contatto con una funzionaria dello Stato Civile e, con nostra grande gioia, la trascrizione era stata fissata per l’8 dicembre. Gli ulteriori sviluppi della vicenda e l’improvvisa circolare di Alfano, hanno fatto accelerare il tutto e il nostro matrimonio è stato trascritto il 7 Ottobre».

Christian e Roberto ottengono il riconoscimento, dunque, ma la loro situazione non è semplice come sembra.  Nel rapportarti alle istituzioni locali e nazionali, non trovano sempre la medesima reazione.

«Il Comune di Livorno ci ha sempre sostenuto e continua a farlo tutt’ora. Anche dalla giunta comunale abbiamo ricevuto un sostegno più che trasversale, con l’unica eccezione di una consigliera comunale di Forza Italia. Ma non abbiamo risolto tutti i nostri problemi. Nonostante il Comune di Livorno abbia inviato tutta la documentazione, infatti, il consolato italiano di Zurigo continua a temporeggiare. Il paradosso è che nel rinnovare i documenti, a Livorno risulterei coniugato, al consolato solo celibe.  Ma non sarà certo questo a scoraggiarci».

Le storture della burocrazia italiana non hanno demotivato Christian e Roberto, ma la gente comune?

«Abbiamo sperimentato per la prima volta cosa significa essere nel circolo mediatico. E talvolta ci siamo trovati a pensare che fosse diventata una cosa più grande di noi, ma oltre a questo il 90% dei messaggi che abbiamo ricevuto sono stati di stima. Ciò che ci è dispiaciuto è stato leggere di alcuni commenti che ci accusavano di voler anteporre il riconoscimento dei nostri diritti a questioni (economiche) molto più urgenti.  Il punto è che se, rinunciando alla trascrizione del nostro matrimonio, potessimo garantire l’impiego dei 300 operai dell’ENI, o, ridare un lavoro a tutti i livornesi che l’hanno perso, beh, rinunceremmo immediatamente.  A parte questo, abbiamo trovato molta sensibilità e molto sostegno».

Tornando indietro, quindi, lo rifareste?

«Assolutamente sì. Non vivendo più in Italia da anni, la trascrizione non ha cambiato quasi per niente la nostra vita qui in Svizzera. Qui, entrambi godiamo di tutti i diritti civili. Lo abbiamo fatto per appoggiare la causa e, nel farlo, c’è chi ci ha scritto di essersi sentito meno solo. L’impatto c’è stato. E consigliamo a tutte le coppie sposate all’estero di puntare alla trascrizione: più persone lo faranno, più la cosa avrà impatto mediatico e più sarà difficile cancellarci tutti. E se qualcuno cancellerà, se ne assumerà anche la responsabilità politica».

Il prefetto di Livorno, infatti, alla stregua di altri, vorrebbe annullare la trascrizione avvenuta il 7 Ottobre. Se di responsabilità politica si parla, chi la farà valere secondo voi?

«A Livorno è attivo il Livorno Rainbow, un raccordo istituzionale tra politica e associazionismo LGBT. Un modello da esportare, ma non basta. La comunità LGBT italiana manca di coordinamento e di coraggio. Siam bravi ad organizzare le feste più belle di Roma, ma in rivendicazione dei diritti siamo davvero disuniti e manchiamo di forza politica, puntiamo sulle unioni civili, mentre dovremmo puntare al matrimonio,… Qui l’associazionismo LGBT è attivissimo, lo è sul territorio ed addirittura nelle piccole città, ma soprattutto fa lobby e partecipa attivamente alla politica nazionale, non accontentandosi della quota gay in Parlamento. Lo ripeto. Ci vuole coraggio: tiriamo fuori i cosiddetti e lottiamo».

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