Colpo di Stato del prefetto di Roma sul matrimonio gay

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ROMA – “Il matrimonio non s’ha da fare”. Rischia di non essere più soltanto la frase dei Bravi manzoniani, ma anche il motto della prefettura di Roma.
In seguito agli avvertimenti informali rivolti al sindaco della Capitale, Ignazio Marino, il prefetto Giuseppe Pecoraro ha proceduto, con decreto, ad intimare l’annullamento delle trascrizioni di ogni matrimonio gay avvenute il 18 Ottobre.
La replica non si è fatta attendere. “Non capisco come l’esistenza di una coppia che si ama sia una questione di ordine pubblico” ha twittato Marino, lanciando l’hashtag #romanoncancella.
E dal Campidoglio fanno sapere: “I nostri uffici approfondiranno e studieranno le carte. Al momento non accettiamo l’ordine del prefetto di Roma di cancellare le trascrizioni già avvenute”.

#Romanoncancella, dunque, almeno per ora. E la vicenda, oltre che politica si fa giuridica.
Dalla rete Lenford, associazione di avvocati LGBT che rappresenterà le coppie beneficiarie della trascrizione, arriva il ricorso al TAR, mentre Alemanno, ex sindaco di Roma ed esponente di Fratelli d’Italia parla di “ritorno della legalità a Roma”.
E’ davvero così?
La risposta arriva nel tweet del sindaco di New York, de Blasio: “Grazie al sindaco della città eterna, Ignazio Marino, per riconoscere il valore eterno dei diritti umani”.
La legalità, infatti, non è sufficiente. La storia degli ultimi cento anni ci insegna che la maggior parte delle discriminazioni e dei delitti nei confronti di gruppi di persone sono stati compiuti sotto la copertura di una legalità formale, alterata e violentata nelle sue garanzie, che più che ostacolo era stata trasformata in strumento di oppressione. Forse Alemanno ha dimenticato che la persecuzione degli ebrei, anche in Italia, si realizzò nel pieno rispetto della legalità.
Fortunatamente, nel contesto attuale, il meccanismo delle garanzie dei diritti umani va ben oltre la semplice garanzia formale del rispetto della legge. Se qualcuno solleva dubbi sulla tutela costituzionale dei diritti delle coppie omosessuali (anche se risulta assurdo considerare l’uguaglianza promossa dall’articolo 3 come estranea alla questione), nessun dubbio può sollevare l’articolo 21 della Carta Fondamentale dei Diritti dell’Unione Europea: “E’ vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata (…) sulle tendenze sessuali.”.
La non trascrizione di matrimoni contratti all’estero è un chiaro atto di discriminazione, perché unico motivo ritenuto ostativo è proprio il sesso e l’orientamento sessuale dei due coniugi.
Le norme di principio, quindi, tutto fanno fuorché sostenere la tesi della prefettura di Roma.
Ma se anche per assurdo fossero rilevanti soltanto le leggi, la prefettura di Roma baserebbe la propria posizione sul vuoto. Già, perché è questo il quadro normativo della questione: in materia di unioni gay la stessa corte costituzionale ha evidenziato un vuoto normativo che andrebbe colmato al più presto. Può un vuoto essere sufficiente a coprire la negazione dei diritti delle coppie gay come voluta dalla prefettura di Roma? Probabilmente no. Ma c’è da sottolineare come tale vuoto non sia, purtroppo, sufficiente nemmeno per la tutela dei diritti delle unioni gay.

Si ritorna sempre al solito punto. Le lotte di sindaci come Ignazio Marino rischiano di rimanere inutili lotte contro i mulini a vento se un intervento normativo non darà ai diritti una solida base di tutela legale che vada oltre la pura forzatura politica che tali sindaci realizzano in questi giorni sull’onda di un improvviso “vento arcobaleno” che, forte oggi, potrebbe sparire domani se venti più forti dovessero promettere maggiore consenso elettorale.

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