Il matrimonio gay è questione di Uguaglianza. L’uguaglianza, precondizione per l’esistenza del Patto Sociale

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Matrimonio gay, uguaglianza e patto sociale
Matrimonio gay, uguaglianza e patto sociale

di Mauro Romanelli.


Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è un fatto di Uguaglianza. E l’Uguaglianza non può essere tema di contrattazione politica, essendo precondizione per l’esistenza stessa del Patto Sociale.


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Credo che ogni battaglia di giustizia e di libertà, debba essere condotta tenendo sempre ben presente un’ottica concreta, fatta di tattiche, compromessi e mediazioni, ma anche tenendo ben presente l’inquadramento ideale e teorico dentro il quale quella battaglia si inscrive.

Quando si parla di diritto a sposarsi tra persone del medesimo sesso, a mio parere, si parla di un tema che si può riassumere in una parola sola: Uguaglianza.

Uguaglianza, principio cardine di ogni carta costituzionale, di ogni dichiarazione dei diritti umani, delle Rivoluzioni francese e americana, della più recente Costituzione Europea. Uguaglianza, ovvero non discriminabilità di nessuno in base a tutti quegli elementi che hanno a che vedere con l’integrità della persona: il sesso, la razza, le credenze religiose e politiche, la condizione sociale, e certamente, dunque, anche gli orientamenti affettivi e sessuali.

Più che un diritto, l’Uguaglianza è una precondizione, non trattabile, all’edificazione stessa di un qualsiasi Patto Sociale. Se non è data, chi non è considerato uguale non ha le condizioni per riconoscersi in una Società, in un insieme di regole collettive e di fatto ne è moralmente espulso.

Per questo essa, e tutti i diritti che ne discendono, non dovrebbero essere tema di dibattito politico e giuridico: perché non essere considerati uguali, per quegli aspetti che fondano l’integrità e la dignità come persona, crea due estremi inconciliabili che bloccano di fatto ogni convivenza pacifica e relazione sociale, rendendo inedificabile qualsiasi patto sociale o sistema di regole condivise.

L’uguaglianza è dunque un fatto pre-politico e pre-giuridico. Se non c’è, non c’è patto sociale, perché chi non è considerato uguale non può sottoscriverlo.

Questa è la teoria, radicale, ma sfido a smontarla.

La pratica è, in effetti, un pochino diversa.

Di fatto, ognuno di noi nasce all’interno di un Patto Sociale che esiste, pur essendo mutato anche radicalmente, da millenni, e la possibilità di accettarlo o meno, non è materialmente a nostra disposizione. Ovvero, è data per una sola via, tranne improbabili fondazioni di comunità e stati indipendenti su isole deserte, ovvero il togliersi la vita. Via scelta peraltro da moltissime persone gay e lesbiche, che di fatto e, magari spesso senza piena cognizione, hanno in effetti sancito col loro suicidio il rifiuto di una Società, di una politica, di un corpus giuridico, che negavano e negano ad alcuni le condizioni stesse per potervi aderire.

Una battaglia, dunque, come quella dei neri in Usa e in Sudafrica, o delle donne sul diritto di voto, per poter riconquistare le condizioni di un’adesione ad una Società che l’adesione te la impone dalla nascita, con la sua pervasività e con la mancanza di alternative, ma nella quale non sei attualmente nelle condizioni oggettive di poterti riconoscere.

Una battaglia per dire, ora e per sempre, che una Società giusta non mette nessuno nelle condizioni di non potercisi riconoscere, e che quindi l’uguaglianza di diritti per tutti deve divenire tabù inviolabile, indisponibile per qualsiasi maggioranza.

Per questo forse vale la pena, adesso, di non accettare mezze misure. Dico forse, perché tengo presente anche la real politik. Ma confesso, sennò neppure mi sarei lanciato in questo ardito volo pindarico, che prevale in me una pulsione più idealistica. Non so se è giusto o proficuo accettare, di fronte al diritto insopprimibile all’uguaglianza, qualcosa che suoni come una “quasi-uguaglianza”, una “uguaglianza tranne che per alcuni dettagli”, una “uguaglianza ci siamo vicini fochino, fochino”, una “uguaglianza ma ancora un po’ di pazienza”.

Mi riferisco al dibattito Parlamentare presente nel nostro Paese. Dopo i celeberrimi “Dico”, ora siamo arrivati alla “Formazione Sociale Specifica”, imposta politicamente alla volenterosa (e per la quale faccio il tifo) Onorevole Monica Cirinnà, relatrice del Disegno di Legge da tempo promesso e ora in discussione.

Vale la pena ragionare su tali pastrocchi, quando si parla di Uguaglianza? Secondo me no, ed è giusto riprendere a spron battuto una limpida battaglia per i diritti pieni e per il matrimonio ugualitario.

Sbaglio? Io, comunque, ho detto la mia. Come si diceva in quel film di Benigni, si apra il dibattito.

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