Il papa nero in vista del Sinodo ha perso il sorriso ed è preoccupato

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Sentirà di certo l’enorme carico del sinodo sulle spalle Francesco, che ieri, alla messa coi padri sinodali che incardina le tre settimane d’incontri, è apparso nero in viso e seriamente preoccupato. Sguardo serio, pochissimi sorrisi, quasi tormentato dai pensieri.

Probabilmente lo angoscia la portata spropositata di aspettative rivoluzionarie che i media e i fedeli hanno attribuito alla sua persona e al suo pontificato, affascinati dallo slancio emozionale iniziale, da sorrisi e ammiccamenti, da quella anormale normalità popolare, che in politichese si chiamerebbe populismo, di cui ci si era scordati col gelo di Ratzinger, dalla scelta di un nome poco aristocratico e molto pop, dal gonfiamento mediatico di quel famoso “Chi sono io per giudicare”, decontestualizzato e frainteso.

Troppe, quindi, le aspettative su questo Sinodo, soprattutto dopo che nel corso della stesura dell’Instrumentum laboris, il testo preparatorio del sinodo, i giornali hanno svenduto aperture di qua e aperture di là che, nonostante in Vaticano siano state richiuse in un batter di ciglia, per i giornalisti sono rimaste aperte.

Cammina quasi per inerzia, seguendo la processione che lungo la navata principale della basilica di San Pietro lo porta davanti al mondo che non è più ormai nemmeno quello del Concilio. Passa davanti ai vecchi padri spossati che, trincerati dietro le sbarre della vecchia generazione, devono trovare il modo di parlare alla nuova e che, sebbene alienati dal presente, devono proiettare una dottrina millenaria nel futuro, in linea con l’evoluzione dei tempi.

Sguardo cupo e smarrito. Charamsa, unioni civili, Marino, divorziati, pedofili, scandali, conservatori, progressisti, cordate, ruberie, intrighi di palazzo, gelosie, invidie, cerimoniali, protocolli, povertà, arroganza, politica, corruzione, fanatismo pseudocattolico: lo colpiscono come macigni le preoccupazioni. Intanto risuonano nella basilica organi e cori che ricordano i fasti passati, quei momenti felici in cui ogni scandalo giaceva insabbiato “Perché proprio a me?” penserà fra sé. Poi fissa lo sguardo verso la luce che filtra da un grande finestrone “Riuscirà – pensa – una Chiesa così indebolita a elaborare le giuste risposte per non perdere autorevolezza e non ridursi una voce che grida nel deserto? Riuscirà il Giubileo a farla giubilare e a nascondere le delusioni dei fedeli?”.

I tormenti di Francesco

Lo tormentano di certo il sorriso e la serenità con cui monsignor Charamsa ha mostrato al mondo la verità del volto cristiano dell’amore omosessuale, contrapponendolo all’immagine blasfema e sovversiva che il Vaticano vorrebbe preservare, per giustificare l’emarginazione degli omosessuali dichiarati. Lo rattrista la decisione di dover escludere un così fine teologo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede. Lo spaventa l’accusa mossa pubblicamente al Sant’Uffizio definito da Charamsa “il cuore dell’omofobia esasperata, istituzionalizzata, paranoica della Chiesa”.

Poi c’è il battibecco col sindaco di Roma Ignazio Marino, di cui forse il papa pop si è pentito; quel dannato registro delle Unioni civili approvato in Campidoglio, che potrebbe dimostrare che famiglie e famiglie possono convivere in pace senza distruggersi a vicenda, anzi, cooperando e arricchendosi; poi, la legge in discussione al Senato che, se approvata, sarebbe il segnale evidente della debolezza dell’ingerenza del Regno vaticano sullo Stato italiano.

E, ancora, l’incontro con l’impiegata antigay, finita in prigione per essersi rifiutata di concedere licenze matrimoniali ad alcune coppie gay e lo scomodo racconto emerso da chi avrebbe duvuto tenere la bocca chiusa e, invece, ha rivelato perfino quel “Grazie per il tuo coraggio” che le avrebbe detto Francesco abbracciandola calorosamente.

C’è poi la caduta di stile del Family day con Kiko Arguello che dalla piazza ha giustificato il femminicidio e le stragi di figli innocenti nel caso in cui “un uomo scopra che la donna l’ha lasciato per un’altra donna”, con gli organizzatori che da un palco per niente “francescano”, montato in pompa magna con soldi che avrebbero potuto impiegare per la carità e la cura degli indigenti, hanno attaccato i vescovi, il papa e “Avvenire” per non aver supportato adeguatamente l’evento e per non averne parlato in prima pagina. Organizzatori che hanno dovuto mentire spudoratamente spacciandosi per un milione in una piazza che riesce ad accogliere appena trecento mila persone, per godere dell’attenzione dei media, in deroga all’ottavo comandamento.

E ancora la cordata di vescovi e cardinali ultraconservatori che minacciano lo scisma se il Sinodo dovesse aprirsi all’umanità e all’accoglienza nei confronti degli ultimi e che sono riusciti a imporsi nel ridimensionare, o meglio annullare, ogni apertura nell’Instrumentum laboris.

Queste, in definitiva, le grane di Francesco.

In Vaticano si sa che il carisma di Bergoglio ha evitato il tracollo della Chiesa avviato con Benedetto XVI. Si sa anche – e lo sa anche il papa – che questa tregua apparente, in un mare di scandali in cui sono coinvolti sacerdoti che hanno messo in crisi l’autorità morale del clero, è strettamente legata alla sua persona.

Ma se la Chiesa non si rinnova nel profondo, le basterà davvero affidare le proprie sorti alle singole personalità che si succederanno nel regno pontificio? Morto un papa, basterà davvero cercarne un altro uguale?

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