Coming out day, quando dichiararsi è un “sacramento”

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coming out day
L’11 Ottobre di ogni anno, in tutto il mondo, si celebra la Giornata del Coming Out.

L’11 Ottobre si celebra il Coming Out Day. La ricorrenza in memoria della Marcia Nazionale su Washington per i Diritti Lesbici e Gay dell’11 ottobre 1987. In questo articolo vi spieghiamo perché fare coming out fa bene alla salute. Perché riduce notevolmente i casi di suicidio fra gli adolescenti LGBT. Ma anche perché può essere considerato un sacramento. Secondo il punto di vista dell’autore, l’ex prete della Chiesa cattolica Mario Bonfanti, ora pastore della MCC e della comunità “Il Cerchio”.


Anche quest’anno è arrivato il Coming Out Day. A idearlo lo psicologo Robert Eichberg e l’attivista Jean O’Leary, durante il workshop The Experience and National Gay Rights Advocates.

A partire dal 1990, anche la Human Rights Campaign ha iniziato a dare il suo importante contributo. L’edizione di quell’anno, è stata coperta mediaticamente. Da lì, la ricorrenza si è diffusa in tutto il mondo.

Del mio cammino di coming out ho già parlato qui. Adesso parliamo di quanto dichiararsi faccia bene sia alla salute e alla spiritualità.

Fare coming out fa bene alla salute.

Emily Rothman, in una ricerca condotta presso la Boston University, ha evidenziato che coming out e benessere mentale vanno di pari passo. Quando questo non avviene il malessere è davvero profondo. A tal punto che gli uomini gay hanno una probabilità di tentare il suicidio di tre volte superiore rispetto agli uomini eterosessuali.

Secondo uno studio condotto dall’ISPES, il 32,5% di gay e lesbiche sotto i 20 anni ha pensato almeno una volta di suicidarsi e il 10,8% ci ha provato davvero.

Dati allarmanti che evidenziano l’urgenza di campagne di informazione, sensibilizzazione. Occorre creare contesti sicuri e accoglienti per permettere a chiunque di fare coming out fin da (pre)adolescenti.

In questo senso con la mia comunità Il Cerchio – MCC propongo un percorso annuale a Milano presso la sede de Il Guado sul coming out. Rivisitato non solo in senso LGBT. Ma, partendo dall’esperienza di diversi personaggi biblici, proposto a chiunque voglia esplorare la propria identità, togliersi maschere soffocanti e correre il rischio di essere se stessi, integrando ogni aspetto della propria vita.

Partire dalla Bibbia (con uno sguardo a 360°) perché – come scrive Glaser – “il coming out è un tema tipicamente biblico, mentre l’omosessualità non lo è per nulla”.

Dalla penitenza alla liberazione.

Sant’Agostino scriveva: “I sacramenti sono il segno visibile della grazia” e Paolo VI aggiungeva: “I sacramenti sono una realtà intrisa della presenza nascosta di Dio”.

Secondo Mona West (pastore nella Metropolitan Community Churches, la chiesa di cui faccio parte) “il coming out è un vero e proprio sacramento per noi credenti LGBT. Perché ci pone in un cammino grazie al quale la grazia di Dio si manifesta nelle nostre vite. Il coming out infatti è un momento cruciale nella crescita spirituale. Che dà avvio a un percorso di integrazione delle nostre identità LGBT, con tutti gli ambiti della nostra vita”.

Giù la maschera: mi dichiaro!

Chi di noi ha fatto coming out ricorda l’esperienza di profonda liberazione vissuta in quel momento. Un vero e proprio risveglio. Una rinascita. Un evento profondamente sacro. In cui ci si libera dalle maschere per essere finalmente se stessi. “Quando facciamo coming out – scrive Mona West – lasciamo andare la nostra falsa immagine e iniziamo un percorso grazie al quale diamo la possibilità al nostro vero sé di emergere. Quel vero sé che Dio ha pensato per noi. Siamo coinvolti in un vero e proprio processo di trasformazione”.

E cosa c’è di più sacro (e sacramentale) che essere autenticamente se stessi? Il teologo Chris Glaser, nel libro Coming out as sacrament (Westminster John Knox Press, Louisville, Kentuky 1998), afferma che il coming out è per noi persone LGBT il nostro sacramento più proprio. Grazie ad esso – come avviene nel battesimo – nasciamo a vita nuova. In esso siamo unti e mandati per rivendicare i diritti di tutte le persone LGBT* che sono oppresse nel mondo – come avviene nell’ordinazione sacerdotale. Grazie a esso siamo riconciliati con il nostro passato. Sanati e integrati nel profondo. Ci sentiamo accolti e confermati come persone degne di valore.

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Don Mario Bonfanti
Mario Bonfanti, prete queer, uscito dalla chiesa cattolica l'11 ottobre 2012 (Giornata internazionale del coming out) per essere liberamente e autenticamente se stesso come persona profondamente spirituale e intensamente sessuale insieme. Ora appartiene alla MCC (Metropolitan Community Church) un movimento cristiano mondiale inclusivo verso tutti (etero e LGBTIQA persons, cristiani e appartenenti ad altre religioni, credenti, agnostici, atei) che si batte per i diritti di tutte e tutti. Guida "Il Cerchio", una comunità di ricerca spirituale libera e liberante, che s'impegna a diffondere il messaggio di giustizia, amore universale e rispetto. Libero professionista in ambito di crescita personale è life coach, mediatore familiare, Master Practitioner in PNL, leader di Yoga della Risata e formatore indipendente di Comunicazione Nonviolenta. Da anni si impegna per i diritti umani nel mondo e sul territorio per una cultura che superi sessuofobia, omobitransfobia, misoginia. Attualmente ha una relazione BDSM e si batte per sdoganare i tabù della nostra cultura e per cogliere la spiritualità insita nella sessualità umana.

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