HIV e AIDS – Intervista a due ragazzi belli, divertenti, sieropositivi, dolci, gay

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di Alberto De Lupis.


E tu a cosa pensi se ti dico HIV o AIDS?

Tempo fa mi aveva colpito leggere di una ricerca effettuata su un campione di oltre seimila studenti veneziani, interrogati a proposito delle due sigle in maiuscolo riportate qui sopra. Il risultato era disastroso, rilevava nel 2014 una grave disinformazione su prevenzione e trasmissione, “intorno al 95%”. Di questi – ragazzi e ragazze di età compresa fra i 14 e i 18 anni – quasi il 20% riteneva giusto, per una persona sieropositiva, evitare baci e carezze al fine di scongiurare un’indefinita possibilità di contagio.

Campagna-di-sensibilizzazione-contro-lAIDS-1Esistono siti internet, centralini, strutture ospedaliere, volontari e operatori in grado di affrontare al meglio l’aspetto patologico con più competenza della mia. Pertanto, mi limiterò a precisare che mentre l’HIV è un virus (Virus dell’Immunodeficienza Umana) responsabile di attaccare alcune cellule del sistema immunitario, soprattutto i linfociti CD4 e indebolire il sistema immunitario, l’AIDS (Sindrome da Immuno Deficienza Acquisita) è diagnosticata fra le altre cose dalla presenza di un sistema immunitario gravemente compromesso, debilitato da un attacco costante da parte dell’HIV. Una terapia antiretrovirale, unita ad uno stile di vita sano, può garantire a una persona sieropositiva (con HIV) di contrastare l’evoluzione del virus in malattia, con aspettative di vita pressoché identiche a quelle di chiunque altro. Ad oggi anche una persona malata di AIDS, se sotto terapia, può condurre una vita più che soddisfacente. Pur non riuscendo a debellare il virus dell’HIV, con una cura farmacologica lo si “congela” rendendolo di fatto una patologia cronica.

Consiglio a tutte e a tutti di consultare il sito della Lila, Lega Italiana per la Lotta contro l’Aids, a mio avviso, uno dei più esaustivi e comprensibili anche per chi, come me, non mastica molto il linguaggio clinico.

Ma nella “vita vera” cosa comporta ricevere una diagnosi di sieropositività?

In base alle credenze popolari, una persona con HIV dovrebbe addirittura evitare di baciare ed essere baciata, come appestati in lazzaretto. Non si tratta solo di sessualità; sappiamo (o almeno si spera) quali siano i comportamenti sessuali a rischio, conosciamo l’importanza di fare sesso sicuro e di proteggerci. Tuttavia, la quotidianità è fatta anche di baci sulla guancia, passarsi una birra in lattina seduti sul marciapiede e bere dallo stesso bicchiere, di usare la stessa posata per mangiare una fetta di torta. Tutti questi non sono comportamenti sessuali e nemmeno sono a rischio, eppure spaventano, forse perché ci ricordano che non esistono precise linee di confine per dividere i “sani” dai “malati”.

Le persone sieropositive non si trovano solo nella saune. Potrebbero essere la vostra migliore amica o il ragazzo carino che avete appena conosciuto, il professore di storia del Liceo Classico o la commessa in profumeria. Potreste essere voi se non avete mai fatto un test. Occorre sbarazzarsi di quello stigma che vorrebbe certe malattie prerogativa di “tossici e pervertiti”, sinonimi di promiscuità; occorre informarsi e combattere i propri fantasmi, in un Paese dove un italiano su tre si definisce “poco sicuro a rapportarsi con i malati di HIV”. Occorre soprattutto capire che non ci sono colpe da affibbiare, la malattia non fa alcuna distinzione di genere, razza e orientamento sessuale, non esistono punizioni divine. Quello che occorre è cercare di capire e offrire il proprio sostegno; nessuno può definirsi incolume, possiamo tuttavia fare la differenza abbattendo quel muretto che ci vedrebbe, chissà perché, dalla parte dei giusti.

Così ho deciso di intervistare Francesco, 45enne e impiegato in una ditta di spedizioni e Simone, neolaureato 26enne, che gentilmente e pazientemente hanno risposto alle mie domande. Entrambi sono belli più del sole, divertenti, sieropositivi e tante altre cose ancora. A loro un grazie e un augurio di ogni felicità.

Ad oggi che effetto fa ripensare alla persona che ti ha trasmesso il virus?

F.:Ricordo il giorno in cui mi hanno diagnosticato la sieropositività. Sconvolto andai dal “medico di famiglia”  il quale, testuali parole, disse: “Chi è stato il figlio di puttana?”. Non ho mai provato rabbia nei confronti di chi mi ha trasmesso la sieropositività,  “pirla” lo sono stato anch’io.

S.: Doverosa premessa: per quanto mi riguarda, mi è impossibile stabilire con certezza assoluta chi mi abbia infettato, anche perché dalla concentrazione del virus non è possibile risalire ad una data dell’infezione (anche se i dottori, siccome mi controllo periodicamente, hanno rivelato il virus nella fase precoce della sua propagazione). Tuttavia ci sono buonissime probabilità, date anche dalle pratiche passate, che io abbia capito chi sia stato. Per molti versi è una ferita ancora aperta, che lui non ha voluto rimarginare e che io ho cercato di ricucire mandandogli una lettera. Penso di provare, nonostante tutto, un grosso moto di affetto per quella persona, anche se sono sicuro che il nostro prossimo incontro, se mai avverrà, sarà molto elettrico.

Qual è secondo te il pregiudizio più grande che una persona sieropositiva si trova a dover affrontare?

F.: Non so dirti quale sia. Da parte mia essere giudicato per quello che ho, ma non per quello che sono.

S.: Banalmente, lo stigma dell’untore. L’idea che l’HIV sia facilissimo da trasmettere e quindi un destino in perenne quarantena semplicemente inaccettabile. Talvolta i pregiudizi sono da affrontare anche con gli alleati, che in molte occasioni fanno riferimento al mio senso di responsabilità intimandomi di fare coming out.

Il tuo partner, la tua famiglia, i tuoi amici ne sono al corrente? Cosa ritieni possa essere cambiato nel vostro rapporto?

F.: Al momento non ho un partner e se ci fosse ne sarebbe al corrente. Gli amici che avevo già da prima ne sono al corrente, quelli che sono arrivati dopo non lo sanno. Il rapporto coi partner che essendone a conoscenza lo hanno accettato non è cambiato. Riguardo gli amici, essermi dichiarato con loro ha portato forse la nostra amicizia a un punto di intimità tale che credo ci siano poche cose che non si conoscano l’uno dell’altro.

S.: I miei amici più stretti, mia madre e mia sorella ne sono al corrente. Nulla di nuovo, ma, c’è sostanzialmente un inaspettato aspetto di solidarietà che non conoscevo, che riguarda la mia salute. Alcuni di loro mi accompagnano persino in ospedale.

Hai qualche consiglio da dare a chi si scopre positivo al test per l’HIV?

F.: Non credo che ci siano consigli pratici su come affrontare la situazione. Per me è stato essenziale trovare un Centro dove “non mi sento un numero”. Per me, che non sapevo nulla di sieropositività, è stato utile potermi confrontare con altri sieropositivi. Superato il “trauma”, non fare della sieropositività e dei sieropositivi il centro della propria vita.

S.: Non so se sono la persona migliore per questo. Il consiglio più banale da dare è “niente panico”, ma non mi viene neanche quello: un po’ di paranoia, rabbia ed amarezza sono fisiognomiche e penso che facciano parte del processo mentale che porta ad una più lucida analisi di realtà. Perché in fondo il problema sta più nella testa, nella grossa botta di depressione che può arrivare, piuttosto che in quel bastardello che nuota nel tuo sangue. Hai scoperto di essere sieropositivo? Bene, fatti il tuo percorso, se ti serve evadi dalla realtà, fai quello che devi ma rimani a testa alta e stai su, che, ovviamente lo sai già, nel 2015 la diagnosi di sieropositività non è una condanna a morte.

Come immagini il tuo futuro?

F.: Caratterialmente non ho mai fatto progetti a lungo termine, ho sempre vissuto il presente mai proiettandomi nel futuro. Settimana scorsa a una cena, una conoscente (lavora in un SERT con sieropositivi) e non sa che sono sieropositivo diceva che la vita media di chi ne è affetto è di circa 20/30 anni. Cazzo ne sono passati 10!!!! Sicuramente non mi vedo festeggiare i miei 80 anni circondato dai miei cari o rinchiuso a “Villa Arzilla”.

S.: Difficile da dire. Vorrei viaggiare tantissimo.

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