Matrimonio gay sì, adozioni gay no. Un’idea buonista che nasconde un impianto discriminatorio

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adozioni gay
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Perché essere contrari alle adozioni gay è superficiale, ideologico, discriminatorio e privo di fondamento scientifico


di Mauro Romanelli.

Matrimonio gay sì, adozioni gay no. Una posizione molto frequente e dotata del fascino della ragionevole mitezza, della benevola apertura a nuove istanze, però senza esagerare. E invece, basta rifletterci per comprendere quanto essa sia discriminatoria.

Il ragionamento sottostante a tale opinione è semplice: uno Stato laico rispetta le scelte private di adulti consenzienti, però se c’è di mezzo un bambino lo Stato deve tutelare il minore che ha diritto a babbo e mamma che siano maschio e femmina. Sia chiaro, se si parla di adozioni è l’interesse del minore che deve prevalere, non c’è dubbio.

Certo non si può neppure liquidare la questione in maniera moralistica, contrapponendo un astratto “interesse del bambino”, alle pulsioni umanamente anche egoistiche di chi desidera la genitorialità, pretendendo da tutti una impossibile santità, il totale altruismo, realisticamente impossibile anche per la genitorialità biologica.

Negare del tutto le nostre pulsioni umane sarebbe ideologico e pericoloso, e d’altra parte senza di esse per molti non scatterebbe quella molla che in definitiva fa nascere nuove persone e proseguire la specie, o che perlomeno assicura ad un orfano due genitori.

E si deve anche dire che la scienza ufficiale per adesso nega l’esistenza di problematicità per chi è cresciuto con genitori del medesimo sesso.

Voglio però accettare in toto la sfida e immaginare – ammesso e non concesso – che possa anche essere vero che in termini statistici per un bambino sia meglio avere due genitori di sesso diverso. Bene, sarà comunque questo eventualmente un fattore di cui dovrà tenere conto il giudice che decide l’adozione, quella specifica adozione, insieme però a tanti altri fattori. La stabilità economica della coppia, il livello di cultura, il carattere, le problematicità personali e sociali. Quando si prendono decisioni del genere, le scelte possono diventare molto crudeli, seguendo il filo del concetto, di base corretto, dell’interesse preminente del bambino: possiamo dare un bambino a chi versa in condizioni di povertà, a chi è anziano o malato? A chi ha manifestato condizioni di vulnerabilità personale e psicologica? L’unico metodo possibile è lasciare che caso per caso chi deve decidere tenga conto dei vari fattori, senza che però nessuno di essi sia a priori motivo di esclusione assoluta, altrimenti si rischia di escludere a priori quasi tutti.

Quindi casomai, ammesso che un domani dei ritrovati scientifici e pedagogici testimonino inequivocabilmente la preferibilità di avere due genitori di entrambi i sessi, esso dovrà appunto essere un elemento di valutazione, insieme ad altri fattori, da combinare insieme per stabilire che cosa sia meglio, per quel tal bambino o quella tale bambina reali, che hanno ricevuto quelle tali, reali e specifiche, richieste di adozione, da parte di essere imperfetti.

Quale è dunque, dobbiamo chiederci, in questo mondo complesso e imperfetto, l’interesse vero del bambino reale? Che la politica decida a priori che mai una coppia gay sarà utile all’interesse anche fosse di un solo bambino, che magari ha come unica altra alternativa il rimanere senza adozione e confinato in Istituto, o che si decida caso caso per caso, tenendo conto di tutti i fattori in campo?

Il punto, che sfugge alla superficialità del dibattito, è che nessuno, gay o etero, può avere in senso letterale il diritto all’adozione. Il diritto, giustamente, che devono avere tutti, è a richiedere un’adozione. Il diritto sta nel proporsi, nel proporre il proprio amore, il proprio percorso, i propri difetti, le proprie luci e ombre, le proprie aspirazioni e pulsioni anche in parte umanamente egoiste, come soluzione praticamente e laicamente possibile, per rendere la vita un po’ migliore a un bambino o a una bambina veri, ritagliandosi anche un po’ di felicità per se stessi. Poi ci sarà chi giudicherà se quella coppia (etero o gay che sia) può incontrare i bisogni e l’interesse di quel bambino o di quella bambina.

Ma affermare a priori che una categoria di persone non ha il diritto ad essere anche soltanto una possibilità da valutare, a poter rappresentare in qualche caso, sia anche remoto, una soluzione possibile per qualcuno, non è un’opinione di buon senso.

È ancora una volta, sotto mentite spoglie e magari inconsapevolmente, un’opinione ideologica e discriminatoria.

Come volevasi dimostrare.

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