Teorie riparative -Psicologo ai colleghi: “Riparare i gay è come sbiancare i neri: una bestialità”

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Freud chi. La rubrica dello psicologo Andrea Epifani

di Andrea Epifani, psicologo.


Con un appello contro le teorie riparative lo psicologo Epifani dà il via alla rubrica di LGBT News “Freud chi?”: Angolo di domande e risposte. Per porgli la tua domanda inviaci una email a scrivici@lgbtnewsitalia.com


Capita spesso che la psicologia scientifica debba scontrarsi con nemici insidiosi che tentano di inquinare o screditare le conoscenze acquisite da questa disciplina o le sue affermazioni circa un particolare aspetto dell’uomo. In particolare, quando la psicologia è chiamata a dare una risposta su “temi caldi”, spesso per salvaguardare la salute mentale delle persone deve difendersi da due pericolosi atteggiamenti.

Il primo atteggiamento, che è forse il meno pericoloso, è il senso comune. È meno pericoloso perché è portato avanti dai profani della disciplina ed è maggiormente suscettibile di cambiamento nel tempo.

Il secondo atteggiamento, a mio avviso più nefasto, è quello ideologico. È più grave perché riguarda non soltanto i profani, ma anche i professionisti. L’atteggiamento ideologico porta il professionista a bypassare la conoscenza scientifica e ad utilizzare esclusivamente il proprio sistema di valori per affrontare un determinato argomento “caldo”.

Oggi, uno di questi argomenti “caldi” è sicuramente quello legato all’omosessualità. Non dovrebbe esserlo, dal momento che da 35 anni l’omosessualità è stata formalmente eliminata dall’elenco dei disturbi mentali e considerata una variante non patologica della sessualità umana. Eppure ciclicamente si riaprono dibattiti che, in maniera più o meno velata, ruotano intorno al tema: è giusto considerare l’omosessualità una patologia da trattare?

Come dicevo, il fatto che a questa domanda molti rispondano seguendo la logica del senso comune non mi indigna particolarmente, tranne quando a rispondere in questo modo sono anche politici e ministri che farebbero bene a consultarsi con dei validi tecnici prima di esternare le loro opinioni.

Ciò che però mi indigna è l’atteggiamento ideologico perpetrato da (una minoranza di) psicologi e psichiatri che, mossi da motivazioni generalmente politico/religiose, sostengono che l’omosessualità possa essere considerata una deviazione, un disturbo, qualcosa sulla quale intervenire clinicamente in senso riparativo. Si va dalle posizioni più “dolci” (ma comunque pericolose) di chi afferma che sebbene l’omosessualità non sia una patologia è possibile proporre terapie di conversione dell’orientamento sessuale se è il paziente a chiedercelo, alle posizioni più “hard” di chi ritiene che l’omosessualità sia un disturbo da curare, un comportamento contro natura e contrario ai principi di riproduzione della specie. Le argomentazioni portate da questo secondo gruppo di “colleghi” sono in genere sincopate da frasi del tipo ‘basta leggere Freud’, ‘lo diceva Freud cent’anni fa’, ‘provate a confutare Freud’, etc.

Controbattere a queste argomentazioni è fin troppo semplice, per chi è un professionista della psicologia, ma se è vero che è più facile spezzare un atomo che un pregiudizio, in genere le argomentazioni non bastano a scalfire l’impianto ideologico che muove tanta superficialità.

Dal mio punto di vista bastano queste due banali osservazioni:

  • Freud non ha mai detto che l’omosessualità sia un disturbo da curare. Queste le sue parole in risposta a una donna che gli chiedeva aiuto per il figlio omosessuale: L’omosessualità non è di certo un vantaggio, ma non c’è nulla di cui vergognarsi, non è un vizio, non è degradante, non può essere classificata come una malattia, riteniamo che sia una variazione della funzione sessuale, prodotta da un arresto dello sviluppo sessuale. Molti individui altamente rispettabili di tempi antichi e moderni sono stati omosessuali, molti dei quali sono stati grandi uomini. Ricordo che esprimeva questi concetti in anni nei quali non era propriamente semplice esprimerli;
  • Anche qualora Freud avesse affermato il contrario, fanno sorridere i tentativi di ricorrere nel 2015 a uno studioso (senz’altro geniale) le cui teorie sono però state formulate agli inizi del secolo scorso. Dagli albori della psicoanalisi freudiana ad oggi la psicologia ha fatto notevoli passi avanti, per cui è sintomo di ignoranza scientifica pensare di poter ricorrere unicamente alla psicoanalisi ortodossa per spiegare modi di essere come l’omosessualità.

Ritenere oggi che l’omosessualità sia passibile di essere “riparata” è una bestialità. Tra una ventina d’anni (ma spero meno) parleremo delle terapia riparative con la stessa indignazione con la quale oggi parliamo dell’elettroshock per come veniva praticato selvaggiamente all’interno dei manicomi.

Provo a spiegare i motivi per cui il termine “bestialità”, in riferimento alle terapie riparative, mi pare abbastanza azzeccato.

Ad oggi non abbiamo evidenze sufficienti circa i benefici e i rischi derivanti dai tentativi di cambiare l’orientamento sessuale. Studi piuttosto datati hanno dimostrato però che l’orientamento sessuale difficilmente è suscettibile di cambiamento a seguito di trattamenti specificamente sviluppati per questo scopo.

Abbiamo però motivi teorici (da non confondere con quelli ideologici), pratici e testimonianze dirette per sostenere che si tratta di percorsi terapeutici che espongono ad alti rischi per la salute mentale di chi chiede aiuto.

Esistono ad esempio osservazioni cliniche e interviste che dimostrano che le terapie di conversione fallite provocano un notevole danno psicologico al paziente. Ciò perché da un lato ostacolano o ritardano un più benefico e naturale processo di accettazione del proprio orientamento, dall’altro determinano un profondo senso di fallimento nel paziente, con conseguenze disastrose riguardo alla sua autostima e al senso di sé (Beckstead e Morrow, 2004; Shidlo & Schroeder, 2002).

Le terapie riparative, per loro stessa natura, sono una specie di “iniezione concentrata di stereotipi antiomosessuali”. Per questa ragione, l’esperienza del percorso di conversione lascia tracce negative anche nel paziente che decide successivamente di fare coming out, con ripercussioni anche a livello della propria vita intima e sessuale (Drescher, 2015).

Infine, le terapie orientate alla conversione dell’orientamento sessuale si basano su teorie dello sviluppo psicologico di dubbia validità scientifica, ad esempio letture ortodosse e obsolete di concetti come il complesso di Edipo.

Certo, esistono situazioni nelle quali il paziente chiede esplicitamente di essere aiutato a mutare il proprio orientamento sessuale. Si tratta però in genere di problemi legati alla scarsa accettazione di sé per motivazioni religiose, per omofobia interiorizzata o per timore dello stigma e dell’isolamento. Per cui anche in questi casi è antiscientifico e dannoso per la persona che chiede aiuto pensare di potergli proporre un percorso di conversione, in quanto sarebbe come proporre un intervento di sbiancamento a una persona che non accettasse il colore della sua pelle.

Nei casi di difficoltà a convivere con la propria omosessualità, una psicologia eticamente e scientificamente informata può quindi proporre unicamente un percorso affermativo, il quale può concretamente spingere la persona verso un cambiamento positivo e fruttuoso. Ciò significa che gli obiettivi terapeutici saranno improntati alla messa a fuoco del proprio disagio e degli assunti di base che lo alimentano (generalmente inerenti un’omofobia interiorizzata), con lo scopo di traghettare la persona verso un’accettazione positiva e un reale e benefico cambiamento di atteggiamento nei confronti di se stesso.

L’American Psychological Association, così come l’Ordine degli Psicologi e l’Associazione Italiana di Psicologia hanno più volte sottolineato in maniera formale questi aspetti, rimarcando le evidenze scientifiche che hanno dimostrato l’importante ruolo svolto dai pregiudizi e dall’omofobia (appresi sin dai primi anni di vita) nel determinare problemi di accettazione del proprio orientamento sessuale.

I professionisti della salute mentale che sostengono, propongono o peggio ancora praticano forme di trattamento psicologico orientate al cambiamento dell’identità sessuale provocano quindi danni sociali enormi, alimentando lo stigma e la confusione e impedendo lo sviluppo di un tessuto sociale che faciliti (anziché ostacolare) l’accettazione dell’omosessualità.

Riferimenti

Beckstead, A. L., & Morrow, S. L. (2004). Mormon clients’ experiences of conversion therapy: The need for a new treatment approach. The Counseling Psychologist, 32, 651–690.

Shidlo, A., & Schroeder, M. (2002). Changing sexual orientation: A consumer’s report. Professional Psychology: Research and Practice, 33, 249–259.

Drescher, J. (2015). Can Sexual Orientation Be Changed? Journal of Gay & Lesbian Mental Health, 19, 84-93.

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