“Freud Chi?” – Meglio gay o depressi? Quando la depressione diventa “protezione”

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Gay depressione
Gay depressione

di Andrea Epifani, psicologo.


Gentilissimi, sono Maria e vivo in un paesino dell’entroterra calabrese. Giorni fa un mio amico da poco dichiaratosi mi ha fatto riflettere su come secondo lui tanti giovani qui da noi ritenuti gravemente depressi e imbottiti di psicofarmaci abbiano raggiunto questo stadio perchè gay che non si sono accettati e che sono stati condannati dalle famiglie. Si potrebbe parlare in questi casi di depressione indotta dalle famiglie e di una macabra preferenza familiare per una depressione che nasconda agli occhi del paese l’omosessualità piuttosto che di un incoraggiamento ad accettarsi e dichiararsi? Grazie.

Salve Maria. Situazioni come quella che descrive sono senz’altro realistiche, soprattutto in zone nelle quali è più probabile che l’omosessualità venga vista come “qualcosa che non è andato per il verso giusto”.


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A mio avviso, però, parlare genericamente di depressione indotta dalle famiglie è riduttivo. In primo luogo perché bisogna comunque considerare anche il macrocontesto sociale, che in alcuni casi non facilita la messa in discussione dei pregiudizi. Inoltre, non credo si possa sempre parlare di una esplicita preferenza della depressione all’omosessualità. In genere si tratta di meccanismi impliciti, senz’altro patologici, ma messi in moto senza la piena consapevolezza.

Non bisogna dimenticare che in queste situazioni le dinamiche relazionali vengono spesso alimentate implicitamente da tutti i membri della famiglia, compreso il ragazzo (o la ragazza) omosessuale.

Mi spiegherò meglio con un esempio. Un ragazzo è terrorizzato dall’idea di deludere i genitori, così da non riuscire a definire in maniera chiara il suo orientamento sessuale e sviluppando, al contempo, vissuti profondi di vergogna e non realizzazione personale che fanno da terreno fertile per lo sviluppo di sintomatologie depressive. La depressione, infatti, è senz’altro favorita da vissuti di esclusione e non appartenenza.

In una situazione come questa, i protagonisti della dinamica patologica sono tutti i membri della famiglia. Lo sono i genitori, che magari hanno intuito l’omosessualità del figlio ma hanno notevoli difficoltà anche solo a prendere in considerazione questa eventualità. Ma lo è anche il ragazzo, che non riesce a tollerare un’eventuale delusione nei confronti dei genitori. Ognuno ci mette del suo, in base alle proprie vulnerabilità e difficoltà. Ovviamente è solo un esempio, come ce ne potrebbero essere altri mille, che mi serviva per sottolineare che cercare la causa ultima del disturbo non solo non è semplice, ma molte volte nemmeno possibile, senza considerare la complessità del sistema familiare.

Infine, non è raro osservare che la patologia mentale assume un suo ruolo all’interno delle dinamiche familiari. Volendo continuare con l’esempio precedente, la sintomatologia depressiva, se da un lato limiterà fortemente la qualità di vita del ragazzo, facendolo soffrire, dall’altra assumerà la funzione di proteggerlo dai suoi vissuti di vergogna e dal suo timore di deludere i genitori, evidentemente per lui ancora più intollerabili. Al contempo, i genitori faranno di tutto per aiutare il figlio, quindi se ne prenderanno cura, bypassando il suo bisogno di essere se stesso, nei confronti del quale avrebbero molte più difficoltà ad essere comprensivi e accuditivi.

In una situazione del genere, quindi, la depressione paradossalmente protegge i membri della famiglia da emozioni che sarebbe difficile gestire e regolare. Questi meccanismi non si applicano soltanto all’omosessualità, ma a molte altre situazioni.

Nel salutarla, la ringrazio per la sua domanda, a mio avviso molto importante quando si parla di queste tematiche.

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